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PLASTICHE: utili in casa ma devastanti per l’ambiente per il mare e per l’uomo.

Aggiornamento: 15 feb 2023



Cos’è la plastica: La plastica è un materiale organico a elevato peso molecolare, cioè costituito da molecole con una catena molto lunga, che determinano in modo essenziale il quadro specifico delle caratteristiche dei materiali stessi. Le materie plastiche possono essere costituite da polimeri puri o miscelati con additivi o cariche varie.
Come viene creata la plastica: il processo In un processo chiamato polimerizzazione, le plastiche vengono create con delle componenti di greggio o gas naturale. Questo processo di “cracking" crea monomeri di idrocarburi, che sono collegati tra loro in lunghe catene. In base alla composizione della plastica, esistono due gruppi di materie plastiche: termoplastici (gruppo maggiore) e termoindurenti (gruppo minore). I materiali del primo gruppo, una volta formati, possono essere riscaldati e riformati ripetutamente.

Qual è la differenza tra materiali in plastica PE e PP?

Il polietilene (PE)

Il polietilene è stato sintetizzato per la prima volta accidentalmente dal chimico tedesco Hans von Pechmann nel 1898 è una resina termoplastica ottenuta per polimerizzazione dell'etilene.


Il polipropilene (PP)

La scoperta di questo materiale (10 marzo 1954) si deve a due premi Nobel per la chimica, l’italiano Giulio Natta e al chimico tedesco Karl Ziegler. La produzione del PP venne iniziata dall’industria italiana Montecatini (poi Montedison) e riscosse un ampio successo. Il polipropilene è una resina termoplastica ottenuta polimerizzando il propilene (PE). Secondo la posizione del gruppo metile, è classificato in tre tipi: polipropilene isotattico, polipropilene atattico e polipropilene sindiotattico.


Polimerizzazione
Processo chimico mediante il quale si ottiene un polimero a partire da sostanze a basso peso molecolare ( monomeri ); avviene in fase liquida solida o gassosa e in presenza o no di catalizzatori per reazione di poliaddizione o di policondensazione; quando avviene a partire da monomeri diversi è detta copolimerizzazione ; è un fenomeno essenziale nel metabolismo vegetale e animale in quanto porta alla produzione delle macromolecole fondamentali (proteine ed acidi nucleici) ed è di grande importanza industriale, perché permette l'ottenimento di tutti i polimeri sintetici. Grado di polimerizzazione, il numero di molecole di monomero che compongono una molecola di polimero.

Con il termine polimerizzazione
si intende la reazione chimica che porta alla formazione di una catena polimerica, ovvero di una molecola costituita da molte parti uguali che si ripetono in sequenza (dette "unità ripetitive"), a partire da molecole più semplici (dette "monomeri", o "unità monomeriche").

Etilene Idrocarburo alifatico non saturo, di formula CH2=CH2, primo termine della serie delle olefine. Gas incolore, infiammabile, di odore e sapore gradevoli, facilmente liquefacibile (temperatura critica 9,5 °C, pressione critica 51,3 bar), dotato di proprietà anestetiche generali. È presente in bassa concentrazione (2% circa) nel gas di distillazione del carbone; come tale l’e. non è presente né nel petrolio grezzo né nei gas naturali; è contenuto invece, e in quantità considerevole, nei gas provenienti da operazioni di cracking termico o catalitico di frazioni di petrolio, e da altre operazioni di raffineria quali reforming, alchilazione, polimerizzazione.
L'etilene (nome IUPAC: etene) è il più semplice degli alcheni, avente formula chimica C2H4.
A temperatura e pressione ambiente si presenta come un gas incolore, dal lieve odore dolciastro ed estremamente infiammabile. Oltre ad essere un importante prodotto nell'industria chimica (è ad esempio il composto chimico da cui si ottiene il polietilene), è anche un ormone (per la maturazione) di molte specie vegetali.
Il gruppo funzionale corrispondente a una molecola di etilene privata di un atomo di idrogeno si chiama comunemente vinile e i composti contenenti tale gruppo sono detti composti vinilici.



PLASTICA PER ALIMENTI E SOSTANZE DA EVITARE

Impariamo a conoscere meglio i materiali che entrano nelle nostre case, indentificati da sigle e numeri con significati precisi, ma che non tutti sanno interpretare. A ogni materiale è associato un numero, che possiamo trovare sul fondo del contenitore, di solito al centro del simbolo triangolare del riciclo. Le plastiche più adatte alla conservazione di cibi sono quelle contrassegnate dai numeri 1, 2, 4 e 5, mentre quelle con i numeri 3, 6 e 7 sarebbero da usare con più attenzione, così come quelli senza numero, che corrispondono alla tipologia numero 7. Ecco una lista ordinata in base alla numerazione appena descritta.

PET (1)
Con il PET (polietilene tereftalato, numero 1) vengono realizzate bottiglie e recipienti trasparenti per acqua, bibite e cibi. Questo tipo di plastica per alimenti è sicura se impiegata per contenere prodotti freddi. Il calore, infatti, ne favorisce la degradazione, che può rilasciare sostanze nocive con l’antimonio e l’acetaldeide. Questi contenitori sono concepiti per essere essenzialmente monouso, quindi, non dovrebbero essere riutilizzati a lungo.

PE (2)
Il PE (polietilene ad alta densità o HDPE, numero 2) è una plastica per alimenti sicura e resistente, impiegata per oggetti non trasparenti come i tappi, i vasetti dello yogurt, i contenitori per il latte e anche per i detersivi. Resiste abbastanza bene ai cibi caldi ed è sempre preferibile rispetto al PET.

PVC (3)
Il PVC (polivinile o V, numero 3) è potenzialmente pericoloso, perché rilascia ftalati. Se bruciato libera diossina, anche per questo si sta cercando di sostituirlo con altri materiali. Per la sua resistenza, in genere si utilizza per realizzare banner pubblicitari, striscioni e rivestimenti da esterno. Può essere presente anche nelle pellicole trasparenti per avvolgere i cibi, anche se la sua presenza nei materiali per alimenti è sempre più rara. Sono sempre da preferire le pellicole con le diciture “Senza PVC”, “PVC free” o “Non contiene ftalati”.

LDPE (4)
La plastica LDPE (polietilene a bassa densità, numero 4) viene utilizzata per fabbricare sacchetti per congelare e guanti monouso, come quelli per maneggiare le verdure nei supermercati. Questo materiale non va impiegato ad alte temperature e non dovrebbe essere riutilizzato a lungo.

PP (5)
Il PP (polipropilene, numero 5) è una plastica per alimenti considerata sicura. Si utilizza per le bottiglie non trasparenti e per le vaschette con coperchio, sia quelle più robuste e durevoli sia quelle più economiche come quelle per il gelato. Per riutilizzare questi recipienti è bene seguire le indicazioni del produttore, anche se in genere gli oggetti più leggeri ed economici sono da intendersi come monouso.

PS (6)
Il PS (polistirolo o polistirene, numero 6), ottimo isolante termico, è impiegato soprattutto per i recipienti da asporto. Contiene stirene, un idrocarburo aromatico che può interferire sul sistema endocrino. La nocività del polistirolo non è unanimemente riconosciuta, in quanto non è certo se le sostanze nocive siano rilasciata dal materiale. Il PS, ad ogni modo, non può essere considerato una plastica per alimenti del tutto sicura.

OTHER, O (7)
Con la “O” e il numero 7 sono contrassegnate le plastiche potenzialmente più pericolose (policarbonato, resine epossidiche e melammina), che possono rilasciare sostanze nocive come il bisfenolo A e la formaldeide. Questi materiali sono utilizzati per produrre stoviglie, bicchieri, piatti e recipienti rigidi antiurto. Questi oggetti non devono mai essere scaldati o entrare a contatto con cibi molto caldi. La resina epossidica è impiegata nei rivestimenti interni delle lattine e delle scatolette, per isolare il metallo dal cibo contenuto.



ALLARME MICROPLASTICHE:
sono presenti nel cibo che mangiamo?

Entro il 2050 in mare ci sarà più plastica che pesce: questa è il drammatico scenario che gli esperti immaginano per il pianeta che, ogni anno, è sempre più sommerso dai rifiuti che, sistematicamente, finiscono in mare inquinandolo e arrivando, indirettamente, fino alla tavola. Le microplastiche e le nanoplastiche presenti in enorme quantità nei mari minacciano davvero l’organismo umano e in una percentuale finiscono, appunto, nei nostri piatti: a confermarlo è stata anche l’Efsa (European Food Safety Authority) l’autorità europea sulla sicurezza alimentare. Ma il fronte che lancia l’allarme è quanto mai trasversale e include associazioni, ricercatori, e autorità sovranazionali.

I NUMERI del fenomeno
Ogni anno l’uomo produce 260 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, dei quali una percentuale significativa finisce in mare. Lo affermò dieci anni fa (nel 2012) il report tecnico del Cbd (convention of biological diversity), il primo dossier completo su un rischio globale ritenuto dalla comunità scientifica internazionale analogo ai cambiamenti climatici, all’acidificazione degli oceani, alla perdita di biodiversità: da allora la portata del fenomeno è più o meno la stessa, e i numeri sono addirittura cresciuti. Cifre importanti nel contesto di un problema generale, universalmente noto come marine litter: sono 267 le specie marine a rischio perché ingeriscono plastica, e secondo il dossier di un gruppo di ricercatori dell’università della North Carolina pubblicato su Science ogni anno muoiono un milione di uccelli e 100mila mammiferi a causa dei rifiuti sversati in mare.
In totale sono 8 milioni le tonnellate di plastica che ogni anno vengono riversate negli Oceani e ben 5,3 milioni di tonnellate provengono da 5 soli paesi: Cina, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam.



La “ZUPPA DI PLASTICA” negli Oceani, LE MICROPLASTICHE nel MEDITERRANEO
È proprio la plastica, dunque, il materiale più presente tra i rifiuti di cui l’uomo riempie la sua più importante riserva d’acqua: è l’80% della spazzatura totale degli oceani, con isole galleggianti di estensione pari a grandi nazioni europee. E il Mediterraneo? Nel mare nostrum, i frammenti sono il 70% della superficie totale. Con una presenza di micro e nanoplastiche impressionanti: 290 miliardi di pezzi galleggiano solo nei primi 10-15 centimetri d’acqua e “se filtrassimo un chilometro cubo di acqua del Mediterraneo, troveremmo da qualche decina fino a qualche centinaia di chili di plastica.”

Cosa sono le MICROPLASTICHE e le NANOPLASTICHE
L’Efsa definisce microplastiche le particelle di dimensioni comprese tra 0,1 e 5000 micrometri, ossia 5 millimetri (ogni micrometro è un millesimo di millimetro). Le nanoplastiche hanno invece una misura non rilevabile dall’occhio umano: da 0,001 a 0,1 micrometri, o da 1 a 100 nanometri. Sono il prodotto della nanotecnologia, ma anche, più semplicemente, l’effetto della frammentazione delle isole di plastica oceaniche: i pezzi diventano sempre più piccoli fino a raggiungere queste dimensioni e le correnti li trasportano poi negli altri mari tra i quali il Mediterraneo.

La PRESENZA nei cibi che mangiamo
L’Efsa, nel produrre un’importante dichiarazione sul tema che rappresenta anche un allarme, è stata chiara: è proprio sulla presenza di micro e nano frammenti nei cibi che mangiamo che dobbiamo ancora indagare. Una risposta all’appello dell’authority che chiama a raccolta la comunità scientifica proviene da uno studio pubblicato su Frontiers in Marine Science. L’equipe di ricercatori ha studiato i pesci mesopelagici che vivono a profondità notevoli, ma di notte salgono in superficie per alimentarsi. In particolare, hanno analizzato quelli che vivono in un’area dell’Oceano Atlantico nord occidentale e hanno esaminato i loro stomaci in laboratorio. Il risultato è che ben 3 pesci su 4 risultano contaminati da agenti inquinanti come, appunto, microplastiche derivate da vestiti in pile, o cosmetici.
Un elemento interessante sottolineato dagli stessi ricercatori è che non solo queste microplastiche possono mettere a repentaglio la salute dei pesci esaminati, ma essi possono diffondere questi elementi inquinanti in tutto l’ecosistema marino e contaminare specie predatrici, come il tonno o il pesce spada, che si nutrono di organismi ormai contaminati.

Nei CROSTACEI ?
Peter Hollman, docente universitario olandese esperto di queste tematiche e membro del team che ha assistito il comitato che si occupa di contaminanti nella catena alimentare, il Contam, aggiunge, sempre sul sito dell’Efta, che “si registrano elevate concentrazioni nei pesci, ma poiché le microplastiche sono presenti per lo più nello stomaco e nell’intestino, che di solito vengono eliminati, i consumatori non ne risultano esposti. Tuttavia, nel caso dei crostacei e dei molluschi bivalvi, come le ostriche e le cozze, il tratto digestivo viene consumato, per cui si ha una certa esposizione”.



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Un documentario di Giuseppe Barile realizzato con la collaborazione di Marlintremiti


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